Sono passati tre mesi da quando ho deciso di mettermi d'impegno. Rimando pur sapendo di sbagliare, mi ripeto che qualsiasi cosa è possibile e che io certamente riuscirò. Ma non mi muovo.
Non ho mai avuto una grandissima sicurezza in me stessa ma in fondo so di essere forte. Non la definirei neanche pigrizia, perché è proprio INERZIA la parola giusta. E alcuni amici se ne sono accorti, iniziano a rimproverarmi e cercando di scuotermi. Come "non lasciarti vivere", cose così.
Io l'ho capito l'altra sera, addormentandomi davanti ad un film.
Io non mi addormento mai davanti ad un film, mai, anche se non mi piace. Io sono un motore a diesel, la mattina ci metto un bel po' a carburare, faccio fatica pure a sollevare la testa dal cuscino se non prendo il primo caffé e non riesco a spiccicare una parola se non dopo un paio d'ore. Ma mai un sonnellino pomeridiano, solo la febbre mi ha portato a poltrire durante la giornata, e la notte non riesco a prendere sonno se prima non mi annoio per ore davanti a wikipedia o imdb.
Ho saltato anche le lezioni, me ne vergogno. Mi sono messa pure a dire le bugie e a sorridere per finta al telefono.
Ieri sera sono andata a fare un po' di spesa nel supermercato vicino casa, il sole era già bello che andato ma il cielo era ancora sereno. Appena chiuso il cancelletto si è alzato un vento fortissimo e io l'ho interpretato come "il bambino che gioca con il mondo soffia su di noi, cercando di muoverci attraverso il labirinto delle città". Ecco, quel vento gelido è la cosa migliore che mi sia capitata da lunedì, mi ha fatto aprire gli occhi, mi ha svegliata, come l'aria fredda che la mattina mi punge il viso mentre aspetto il treno.
E mi sono messa a pensare a Manuel all'improvviso, senza un motivo logico all'inizio, come sempre del resto. Anche dieci minuti dopo mentre mi trascinavo tra gli scaffali con il carrello semivuoto mi chiedevo del motivo per cui dopo 8 anni quasi mi sono messa a pensare a lui, cercando di ricordare il suo cognome e il suo volto. Perché di lui quest'anno non mi sono ricordata neanche (quello che sarebbe stato) il suo compleanno. 23 gennaio, acquario. E io adoro l'acquario. Poi sulle scale mobili ho capito il PERCHE'? . Gli avevo promesso di vivere pienamente, di essere ambiziosa e, soprattutto, felice. Sulle scale mobili ho alzato timidamente la mano indicando il segno di V-vittoria, un principio che mi ero imposta di seguire come "vivere per due". E io l'ho fatto per un po', è stata la cosa migliore che abbia mai fatto.
Dunque è venerdì, mi piacerebbe credere che oggi l'incantesimo si sia spezzato e passare alla parte più interessante, come in un film, con me che salgo gli scalini alzando le braccia in alto.
Non ricordo più neanche la sensazione di piena soddisfazione, forse per questo non smetto mai di ricominciare. Ogni giorno la stessa storia.
Vibrare
Volere
Vedere
Vincere
Vivere.
C’è una cosa che adoro quasi come il suono delle onde del mare: il rumore del vento tra gli alberi. Quegli alberi pieni di foglie verdi-gialle, che sono verdi e gialle non perché è quasi autunno ma perché sono sempre state così.
Adoro quando sono colpite dal sole e intanto una improvvisa brezza le fa tremare, sembrano quasi brillare.
E come si muovono...casualmente, perché il vento le muove, ne fa ciò che vuole, ondeggiando prima a destra, poi a sinistra.
Pausa. Si riaprono le danze.
Starmene sdraiata sotto un albero è quello che vorrei, è da tanto che non mi capita. Ed essere colpita da una mela magari. Scoprire qualche altra grande verità che per un motivo o per l’altro mi sfugge ancora...
Ritorno a casa. 20/07/2008
In teoria dovrebbe essere l’esperienza meno emozionante. Ripercorri strade percorse migliaia di volte, ti imbatti negli stessi muri, stesse facce, tutto più o meno identico a come lo avevi lasciato. E invece è un’emozione forte, ancora più forte che conoscere nuovi posti. E all’improvviso arriva e ti schiaccia: “cosa mi sono persa in questa mesi?”.
Ho evitato di pensarci
ma non riesco adesso, qui.
Qui, dove sono cresciuta.
Credevo fossero passati pochi giorni, li ho contati all’inizio e passavano lentamente. Poi ad un tratto ho smesso di contarli e...semplicemente li ho lasciati scivolare via.
Succede che ad un tratto ho voglia di non ripartire più.
Ho le mie classifiche, è vero.
Delle pizzerie, delle spiaggie più belle. Potrei dirti la top 10 delle granite più buone al mondo, ma le prime cinque si trovano tutte nell’arco di qualche chilometro.
So quali canzoni mi fanno venire un buco allo stomaco, i versi delle mie poesie preferite e mentre vedo un film metto sempre in stop per ricopiare i dialoghi che mi colpiscono per paura di non ricordarli più.
Quest’estate rientra tra le mie preferite. Nessun viaggio particolare, ma solo una passeggiata attraverso la mia Sicilia.

Il sole che tramonta di ritorno da Trapani, il mare che se lo inghiotte lentamente ma inesorabilmente.
Ricordo che sul lettore andava Waste (Phish), e mi ricordo di aver pensato che quella canzone era perfetta per quel momento. E l’ho riconosciuta subito, come la scena di un film, quando arriva quella sensazione di immensa felicità che inevitabilmente si porta dietro anche un velo di tristezza.
Effetto tramonto, potrei chiamarlo così.
Forse è la consapevolezza che momenti così perfetti accadono poche volte nella vita, proprio perché sono perfetti e non vorresti cambiare nulla. Così c'è la voglia di assorbire ogni istante prima che il sole sprofondi, anche se tutto in fondo resta dentro come tante piccole schegge colorate.

Don't want to be an actor pretending on the stage
Don't want to be a writer with my thoughts out on the page
Don't want to be a painter 'cause everyone comes to look
Don't want to be anything where my life's an open book
Una rincorsa tra gli alberi al tramonto;
il bagno con mio padre e mio fratello a pancia in su, sotto la pioggia.
Il sole inghiottito dal mare; l’acqua di mille diverse gradazioni di verde e di blu.
Il cielo stellato in un paesaggio lunare.
E poi sul treno ieri sera affacciata dal finestrino, con lo sguardo indietro a guardare l’Etna che diventava a poco a poco sempre più piccola. Potrei riconoscerla ovunque, anche con la foschia, e senza di lei so già che mi mancherà un punto di riferimento.
Perché mi mancherà tutto questo.
i wish i could find the time to waste...
He had a stroke at the age of 24
It could have been a brilliant career
Painting lines in a school that was too well known
Painting lines with a friend that had gone before
She challenged everyone to a fight.
Una giornata di ordinaria follia, come il film.
Un tizio lascia la macchina in mezzo alla strada e con una spranga ti viene addosso. Una signora si passa il ventilatore in faccia senza smettere di parlare. Una madre è angosciata al telefono, un ragazzo mi guarda e a me sembra di averlo già visto. Dove?
Ieri mi mancava l’aria. Quasi come se il tubicino d’aria che porta l’ossigeno ai polmoni si stringesse fino a impedire all’aria di passare.
Mi succede a volte, ma negli ultimi mesi accade sempre più frequentemente. Succede che guardo un film, passeggio per strada, scendo dal tram e, ad un tratto, mi sento soffocare.
Milano, un bel po’ di gradi centigradi all’ombra. Le teste si scaldano facilmente sotto il sole, ogni minimo gesto che implica un contatto fisico innesca il nervosismo, ci si guarda le unghie dei piedi tinte di rosso, ci si sistema il vestito stropicciato dal caldo.
Malessere, insofferenza. A furia di osservarmi attorno correrò il rischio di diventare parte della tappezzeria? un soprammobile sul tavolo, un albero per le strade?
And the puzzle will last till somebody will say
"There's a lot to be done while your head is still young"
If you put down your pen, leave your worries behind
Then the moment will come, and the memory will shine.
Ci pensavo ieri, pensavo che non sono ancora dentro al quadro, non sono più cornice, ma mi sento solo parte del paesaggio di secondo piano. E non mi va, non mi va proprio.
Pensavo che mi manca l’equilibrio, quello che cercavo sull’orlo del marciapiede qualche anno fa ascoltando Let Down, aspettando per ore alla fermata del bus. Facevo i conti su quello che ho raggiunto e su cosa invece mi manca ancora e quasi sono finita addosso ad un ragazzo quando ho realizzato che mi sento come se fossi nuovamente all’inizio.
Nuova università, nuove facce da salutare. Nuovi ritmi, nuove esperienze, stesse paure in fondo.
Counting acts and clutching thoughts
By the river where the moss grows
Over rocks the water running all the time
Is it wicked when you smile
Even though you feel like crying
Even though you could be sick at any time?
Che prima forse mi sentivo un puntino, ma adesso che il quadro è più grande mi sento su una superficie quasi infinita, affiancata da una massa di puntini che neanche conosco. E anche in questo caso l’artista deve aver fatto confusione.
Then you waited for the people to acknowledge you
They spoke in turn
But their eyes would pass over you
Over you
Who's seeing you at all?
Who's seeing You at all?
Vorrei essere al centro, magari un po’ sulla sinistra, con lo sguardo che sfiora il mio profilo, attraverso i capelli, fino al tramonto nello sfondo.
EXIT, al concerto il posto sul prato era già segnato con il mio nome. Uscita da cosa poi? Da quale film?
E soprattutto: quando entrerò finalmente in scena?
A mile and a half on a bus takes a long time
The odour of old prison food takes a long time to pass you by
When you've been inside
Day upon day of this wandering gets you down
Nobody gives you a chance or a dollar in this old town.
It could have been a brilliant career (la mia)
(The Boy With The Arab Strap - Belle & Sebastien)
Dopo un po' impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un'anima.
E impari che l'amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bimbo.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perchè il terreno di domani è troppo incerto
per fare piani. Dopo un po' impari che il sole scotta,
se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
Anonimo (che ne capisce)
Il cielo è nero fuori e il vento spazza via i colori.
Siamo in estate, anzi lo siamo quasi. Le lezioni sono appena finite, mentre gli esami stanno per iniziare. Si è levato il vento ma resterò ancora un po’ qui fuori, cercando di capire ipotetiche leggi che governano il mondo.
I due alberi davanti a me si prendono a testate, si chiamano Saverio e Francesco e sono cresciuti insieme; il quaderno si è ormai aperto e le pagine danzano a destra e a sinistra, quasi sembrano voler prendere il volo. Sono giunta quasi alla fine del capitolo, intanto però mi prendo il vento in faccia, apro la bocca e cerco di catturare quanta più aria possibile, una boccata d'ossigeno per sentirmi viva.
Il cielo è nero fuori e dentro di me. Ci sono giorni così, un po’ assonnati oppure nervosi, irrequieti, ansiosi per qualcosa che facciamo finta di non sapere. O semplicemente nostalgici.
Ieri mattina la sveglia è suonata presto per l’ultima lezione, incredibile come questi mesi siano scivolati via. Pioveva, non molto forte ma il cielo era già coperto di nuvole e la voglia era proprio quella di rimanere sotto le coperte. Il pensiero andava alla metropolitana piena di gente con il giornale sotto l’ombrello, ma per gli sprovveduti anche gli ombrellini da comprare ad ogni angolo. Il professore pensa che i venditori ambulanti di ombrellini sono gli unici che vedono ancora le previsioni meteo. Io non ricordo nemmeno l’ultima volta in cui ho cercato di sapere se l’indomani sarebbe stato con il sole o no.
E poi la pioggia in fondo è bella perché è improvvisa. 
E come mettere quella sensazione di spossatezza dopo aver atteso l’autobus? E dover andare a rincorrerne un altro magari. Quando non mi importa più di bagnarmi e allora chiudo l’ombrello e alzo la testa verso il cielo cercando le gocce d’acqua con le labbra.
Tutti questi pensieri mentre prendevo tempo sotto le coperte, decidendo il minuto in cui iniziare la mia giornata, come se da quella scelta dipendessero tutti gli altri momenti, l’intera giornata, forse l’intera vita.
Un minuto prima, un minuto dopo.
Sono arrivata puntuale all’ultima lezione, le ultime pagine di appunti, i saluti e gli inboccalupo. Gente che per nessun motivo avrei mai conosciuto nella mia vita, saluti sinceri, promesse di sentirci per l’estate, magari per una granita in piazza duomo (di Catania). Un ci vediamo dopo, un non ci vedremo mai più.
Persone, parole, penseri sotto la pioggia.
Milano è strana, forse tutte le città sono strane. Ieri aspettavo il bus accanto ad un ragazzo in slip che mi guardava: voglio dire, è imbarazzante. Negozi pieni di donne che acquistano, uomini che parlano da soli, che a volte sembrano ti stiano urlando contro. Acquisti, affari, tutto sempre di fretta. Questa continua fretta, appunto, che ti rimproverano se solo rallenti il passo per osservare il paesaggio. Quel modo di parlare che ti rassicura, anche se solo in apparenza.
A me non so perché sembra di sentire violini a volte, come una sottile onda di tristezza nell’aria, nonostante la vita che trabocca. Così mi sembrano i volti e le strade di Milano, mentre siedo sul tram in attesa di scendere all’incrocio, guardo dal finestrino poggiata alla parete e lascio che il vento mi colpisca in faccia.
In faccia, il vento. Come in questo momento.
Inspiro tutto, e poi lascio andare.
“I write the b-sides
That make a small portion of the world cry
I like the seaside
And singing songs that make you not wanna die”

Cose da fare: tante.
Ed il tempo, non così tanto.
Devo eliminare le cose inutili, ridurre i tempi morti e smetterla di rimandare.
Perché tutto non potrò mai farlo, ma almeno vorrei sentirmi bene a fine giornata.
E’ vero che le promesse vanno fatte per non essere mantenute, ma quasi tutte.
Così ho una decina di libri da studiare al mio fianco, al di là della valigia, e altri nascosti dietro il computer che aspettano di essere letti. Romanzi, ma anche raccolte, di poesie, di appunti di romanzi, quelli che amo tanto, quelli incompiuti. Perché qual è la parte più bella di un romanzo se non la sensazione che ti rimane dopo l’ultima pagina? Flash di vita che verrà, vita inventata, viva solo sulla carta, ma non per questo meno vita.
La verità è che faccio troppo poco, mi sono sentita appagata e ho tirato avanti finora, così, travolta da questa sensazione di pienezza. La vita cambia e cambierà molte volte ancora all’improvviso, senza alcun preavviso. Allora ci saranno altre situazioni e altri scenari, personaggi nuovi e sogni diversi, ma sempre lo stesso desiderio di appagamento. Ed è mentre lo raggiungi che capisci tante cose, come un viaggio è bello nel suo percorso e non quando si giunge alla meta.
E io non voglio fermarmi proprio adesso.
Truth is, I've always been thirsty.
Mi piaceva l’idea di tornare a scrivere oggi, l’1 di aprile.
Così, quasi come se mi facessi una promessa, ma con la possibilità di non mantenerla davvero.
E invece ho deciso di tornare a lasciarmi andare qui, in queste pagine fatte di niente se non che da milioni di circuiti e parole, questo invisibile mondo elettronico di tutti e al contempo di nessuno.
Sono arrivata a Milano domenica e da ieri ho ripreso a seguire le lezioni. Le giornate sono calde ma ho mal di gola come ogni volta che ritorno. Forse davvero è lo smog o forse è solo il tempo di riabituarmi a dormire sul nuovo letto o forse sono solo le pareti fredde. Comunque sì, l’aria qui è diversa.
Sono passati già cinque mesi da questa mia avventura a centinaia di chilometri lontana da casa e sento di aver assorbito abbastanza, anzi sento proprio il bisogno di lasciar andare a poco a poco le emozioni accumulate.
Cos’altro è cambiato?
Sono più silenziosa. Sì, forse sono diventata più silenziosa. Me lo sono imposta in parte, perché temo che non potrò sempre seguire i miei impulsi, ma dovrò trovare temo un compromesso tra sogni e quotidianità. Così parlo meno delle cose futili, ma evito di pensare alle cose importanti.
Ecco, semplicemente: penso ed espiro.
...come se un pensiero potesse lasciarti come un soffio d’aria!
Certo sarebbe bello liberarsi dell’aria pesante nei polmoni, cancellare i ricordi tristi e far finta di non esser mai stati gli sconfitti, ma sempre e solo i vincitori.
E invece capita a volte che la notte non puoi fare a meno di ricordare quelle tre/quattro immagini felici prima di chiudere gli occhi e magari succede che una lacrima scappa e scivola giù, sul cuscino.
Poi t’addormenti. E poi ti risvegli il mattino dopo, ti accorgi che la corrente ti ha trascinato un po’ troppo al largo e non riconosci il posto in cui ti ritrovi e, nonostante la curiosità di conoscere un mondo diverso, pensi a quando potrai tornare di nuovo indietro.
BIG FISH. Così mi sento anch’io un pesce che voleva scoprire il mondo oltre la sua piccola sfera di vetro, impaziente, sognatore.
E che adesso cerca solo di capire dove andare.
- lo sai, non riesco a capire bene i colori
- e allora come fai a dire che i miei occhi sono azzurri?
- perché hanno lo stesso colore del cielo...
In pochi istanti la tensione montò in modo mostruoso, la nostalgià tra cielo e terra crebbe smisuratamente, e poi più nulla. La mia dipartita da questa stella sferica azzurra.

E' sorprendente come certi angoli di Milano mi ricordano posti già visti. Certe strade del centro, ad esempio, mi ricordano Acireale, come le stradine accanto al duomo, o Via Torino simile al Corso Umberto di quando andavo al liceo. Manca la piazza però, quella con le due fontanelle ai lati del monumento ai caduti, piazza Garibaldi, posti che per anni ho visto settimana dopo settimana e che ad un certo punto semplicemente ho smesso di frequentare, senza un motivo preciso e senza che mi mancassero particolarmente, posti dove adesso mi piacerebbe tornare.
La scorsa settimana Bergamo mi ha ricordato una stradina in un posto indefinito tra Palermo e Trapani, ma più fredda e più grigia. Era domenica, con la mia famiglia di ritorno dalla riserva a San Vito. Compravamo dei panini per il pranzo in questo supermercato dove vendevano dei cannoli giganti e dei dolci al limone che ho voluto a tutti i costi assaggiare. Così guardavo al di là della curva, sperando di scorgere il supermercato e poi dietro il triangolo di mare, non curante delle montagne ricoperte di neve proprio sotto il mio naso.
Succede così che i dettagli sono tutti diversi, come se nel trasloco fossero stati riposti con cura negli scatoloni, ma una volta intenti a rimontare i palazzi, il cielo e le stelle qualcuno abbia fatto un po' di confusione.
E mi fanno sorridere, perché mi sento di appartenere a tutti i posti che ho visto, tante piccolissime cose che non potrò mai dimenticare e che decorano le mie giornate e gli angoli di Milano, facendomi sentire sempre un po' a casa.
Qualcosa di familiare, come il profumo che ti passa accanto e scende alla fermata prima della tua, come una risata dietro le spalle che ti insinua il dubbio che sia lui, non può essere lui.
Ma poi questo tramonto, chi se l'aspettava?
“ Un cielo di tardo pomeriggio, non so più quando e dove mi ci imbattei.”

l
'ultimo tramonto dalla finestra di casa mia, la sera prima di partire.
16 gennaio 2008. Mi chiudo dentro l’ascensore, devo uscire per comprare dei quaderni. La matematica richiede molta carta, oltre che molta pazienza.
Fuori piove, non esco di casa da giorni ormai e la temperatura sembra si stia abbassando sempre più. Ma devo uscire, ho bisogno di sentire la mia pelle reagire a contatto con l'aria gelida, ho bisogno di qualche stimolo, qualcosa che mi faccia sentire fragile. Sì, fragile.
E mi chiedo una cosa: quando è iniziato tutto questo?
E’ più di una settimana ormai da quando sono partita da casa, sette giorni in cui sto cercando di (ri)abituarmi all’idea che sono nuovamente a Milano e che non è si trattato di un soggiorno temporaneo, ma che qui dovrò restarci almeno per I prossimi due anni.
Una settimana che tengo il cellulare lontano da me, senza sonoro, nascosto da libri e fotocopie, appena un bip come un singhiozzo soffocato che si perde nella stanza. Non ho sentito ancora nessuno, nessuno dei miei amici lì a Catania e nessuna delle persone che conosco qui. Per i primi sono già partita, per gli altri non sono ancora tornata. Fatta eccezione per alcune persone sono un po’ un fantasma invisibile a tutti, tanto più che qua nessuno ti saluta per strada. E fino a questo momento mi andava bene così.
Non riesco a ricordare quando è iniziato, ma in certi momenti sento come se le orecchie mi si tappassero, come avviene durante il passaggio a diverse altitudini. O come durante l’atterraggio in aereo, solo che non ci faccio più caso ormai. Come un fortissimo mal di testa che, però, non fa male.
Forse sono solo attimi. O forse sto volando, forse in fondo vorrei essere altrove, essere dove non sono. Magari in questo momento sono a casa che sbircio tra le tende, per vedere se piove ancora o se è solo il rumore del vento.
Ma non ricordo quando è iniziato tutto quanto, come non ricordo come era la vita un anno fa, che sapore aveva. Non ricordo neanche bene le sensazioni di qualche settimana fa, perché si tratta solo di ricordi di momenti il cui contenuto però mi è sfuggito.
Così ricordo di essere rientrata a casa che era quasi l’alba e di aver guardato il cielo riempirsi di colore sdraiata sul sedile posteriore di una macchina. Ricordo l’odore degli interni, dove qualcuno doveva aver fumato, e che dal finestrino penetrava l’odore di bagnato delle strade. Mentre dalla radio qualcuno sussurrava una canzone. E ricordo la luce in crescendo attraversare le cime degli abeti e colpire i miei capelli, bussando sugli occhi semichiusi. E una lacrima che va giù.
E poi l’arrivo a casa e la sensazione di non voler aprire quella porta, di ritardare il più possibile il momento, quasi volessi espandere il tempo. Perché in quel momento probabilmente mi sentivo felice, perché in quel momento non desideravo pensare a nient’altro, perché aprire quella porta significava assumersi responsabilità, affrontare la realtà.
Era l'1 gennaio e tutto ciò che ricordo è questo. Immagino fossi triste e un po’ spaventata, “ma ci sono ancora buchi, punti non cuciti e piccoli errori nella trama”. C’è che mi guardo indietro e mi accorgo che troppe volte non sapevo.
Cosa volevo e cosa volevo essere.
Sono innamorata della vita, ma non so se sia sufficiente, non più. Guardo a terra cercando di evitare le pozzanghere, alla mia sinistra un cane passeggia accanto alla parete cercando di non bagnarsi, io lo osservo e finisco per urtare una coppia di fidanzatini carichi di buste, mentre c’è gente che fa shopping anche sotto la pioggia e altra gente che non vede l’ora di rientrare a casa dopo lavoro.
E di colpo comprendo. Comprendo che mi piace guardare la pioggia attraverso I fari delle macchine, che amo la pioggia sui vetri e il suo profumo. Sento di aver messo un po’ di ordine da qualche parte dentro di me, tipo so cosa è importante e cosa non voglio perdermi. E spero di capire presto cosa voglio veramente, perché a volte penso che ventitre anni sono tanti per sognare.
Ci sei arrivato a vedere la mia laurea, quest’anno mi hai addirittura fatto gli auguri di compleanno al telefono. Ma io non sono là mentre metri di terra ti ricoprono, in quel freddo giardino dove domattina le foglie delle rose saranno ricoperte di ghiaccio.
Così te ne sei andato, non so a che ora e non so che aspetto avevi, se ti eri fatto la barba oppure no, se di mattina o se di sera. Per me poco fa è stato come sapere che a Catania piove, notizia a puro scopo informativo.
Eppure non è così, lo so. L’eco di questo momento ritornerà in un’ora imprecisata che va da domani a più infinito, ripenserò all’ultima telefonata il giorno del mio compleanno e all’ultima volta che ti vidi, il giorno prima di partire.
Non mi pento, ne’ ho rimpianto per le cose che ti ho detto perché erano vere e perché mi hai ferito profondamente un anno fa. Ma sei mio nonno, quello che da piccola mi raccontava le storie sotto le coperte per farmi addormentare, in quella stanza fredda e piena di specchi dove non dorme più nessuno da anni ormai.
Ricordi confusi, immagini sfocate. Ci sei tu sul divano, 5 o 6 anni fa, tremi sotto la coperta mentre io sto accanto a te nella casa vuota. Ricordo che ti accarezzavo i capelli. L’unica volta in cui ti sei mostrato mortale, così fragile, indifeso come un bambino. L’ultima volta, perché poi non ricordo più momenti belli, perché poi la rabbia ha preso il sopravvento, come la tua arroganza e gli errori che purtroppo hai commesso. Avrei voluto dirti tante cose, mi dicevo, avrei voluto dirti quanto male mi faceva e adesso scopro quanto male fa non dirtele, anche se molto probabilmente è meglio così.
Ma dicevo, appunto, che sei mio nonno e mi mancherai tanto
Perché tu sei solo apparentemente fragile, o no?
Non so risponderti mio caro amico, pensavo di sì, ma adesso non sono più sicura di alcune cose. La testa mi si riempie di se e di ma, di tanti interrogativi e di troppe alternative lasciate andare, alcune mai intraprese, un po’ per non averci creduto abbastanza, il più delle volte solo per paura.
Domani così è il mio giorno: 23 anni. E sono nervosa, non triste ma vorrei poter dire di sorridere in questo momento, mentre scrivo in un angolo della cucina, tutta avvolta nella coperta e con il naso gelido sotto la sciarpa, mentre le guance riacquistano velocemente calore.
Sembra una maledizione che si ripete ogni anno e invece credo proprio si tratti di una semplice convinzione. Forse succede perché è inevitabile. E’ inevitabile se la vigilia del tuo compleanno tiri la somma dei momenti più brutti della tua vita, una lista di momenti che vuoi lasciarti indietro per sempre.
Quest’anno, ne parlavo poco fa con mia madre al telefono mentre la 24 mi riportava a casa, è come se gli eventi si fossero abbattuti su di me lasciandomi pressoché indifferente. La laurea, la partenza da casa, ma non solo, mi riferisco a tante piccole e grandi cose, cose importanti alle quali ho reagito con un sorriso o con una smorfia sul volto, ma credo più perché mi sentissi di doverlo fare e non perché sentivo di farlo realmente. E domani temo sarà lo stesso per il mio compleanno. Non riesco a vedere oltre alla giornata piena di lezioni, dalle 9 alle 18, una mezz’oretta per prendere qualcosa al bar e per scrivere bevendo un succo di frutta, girando per corridoi verdi quasi a volermi spremere per far uscire qualcosa di ogni momento, cercando di catturare quelli già andati.
Sai che c’è?
Cosa?
Che il problema è che riesco a sopportare tutto. Riesco a stare
in qualsiasi situazione, contesto. Riesco a stringere i denti e a sopportare
anche il dolore più grande, il mal di testa più atroce.
Beh, questo è qualcosa di positivo sai?
Perché sopportare non è accettare.
Sì, solo che non riesco più a ricordarne la differenza.
Ricominciare ogni mattina, azzerare tutto. Cancellare.
Avere la sensazione di poter decidere quando e come iniziare. Girare pagina e lasciar da parte i momenti più brutti, ricordare quelli più belli, pregustare quelli che verranno.
Penso che me lo merito, penso che a tutti è concesso ogni tanto di poter
Ricominciare, anche se solo nella nostra testa, anche se solo per un giorno.
What a beautiful piece of heartache this has all turned out to be.
Lord knows we've learned the hard way all about healthy apathy.
And I use these words pretty loosely.
There's so much more to life than words.
Ho paura che un giorno possa dirmi “tu non c’eri”, perché farebbe male, più male che se succedesse in questo momento.
Vorrei non perdermi nulla, eppure credo che qualche treno debba pur perderlo/lasciarlo andare via.
Stasera mi chiedo quanto è delicato l’animo umano, l’ingrenaggio che rompe il nostro cuore. Mi stupisco ancora una volta di come si possa venir toccati dalle storie di persone che non conosciamo e che adesso non ci sono più. A volte basta solo un dettaglio per ricostruire una vita, immaginarla come quando leggi un romanzo, pagina dopo pagina.
Spesso non riesco a dormire la notte, così mi sveglio e mi alzo nella stanza semibuia cercando di percepire i profumi e i rumori e le forme attorno a me, ogni dettaglio che mi aiuti a capire dove mi trovo.
E a volte mi prende la nostalgia guardando fuori dalla finestra, vedendo un paesaggio che non è quello che si vede dal vetro della mia stanza: case/tetti di case/e poi il mare.

Una giornata in casa e tutta la nostalgia che porta con sé. Le lacrime calde come il fuoco sulle guance, la febbre che ti assale e poi ti lascia, più sola e confusa di prima. Ma l’indomani al risveglio sai già che starai bene.
Così anche quest’anno novembre è finito, il mese più spietato secondo me, questa volta anche il mese dei cambiamenti.
E’ strano come l’essere umano riesce ad adattarsi ad ogni cosa, come l’istinto e il bisogno ci fanno vivere senza che noi, a volte, lo vogliamo. Lasciarsi andare, lasciare che le ferite si cicatrizzino e che il dolore diventi meno acuto, lasciarsi amare, imparare ad amarsi e ad orientarsi, ma sempre continuando a guardare il cielo, senza perdere se stessi.
Io sto bene oggi, non l’avrei detto ieri e non so domani come sarò io/come sarà il cielo. Non so dirti quando finirà di far così male e vorrei ci fosse un modo per non perdersi/spero tanto di non perderti.
E mentre scrivo il tempo continua a passare e presto sarà Natale. Sarà bello vedere la neve cadere sui tetti delle case.
7/11/2007
La sensazione che una parte di mondo si sia dimenticata di me. E che non riesca più a vedere al di là delle montagne e del mare.
Stasera mentre aspettavo il tram ho visto le luci rosse di un aereo che stava decollando ...o forse, chissà, stava atterrando. Il punto di vista è un concetto molto strano, credo si tratti soprattutto di sfumature e di legami. Sono sei giorni che ho lasciato Catania e mi manca il ritardo così familiare del bus.
La varietà, amo la varietà di Milano. Trovare tutto quello che cerchi, fare quello che vuoi, paghi e fai quello che vuoi. Un po’ mi intimorisce tutto questo, mi fa sentire come se avessi visto il 50% o forse meno.
Sorseggio il caffé, sperando che in testa qualcosa faccia contatto e il tuono qui dentro smetta. Le pareti sono fredde, mi sono svegliata con la testa sotto il cuscino e la coperta a ricoprirmi per intero. Mi chiedo se ci si abitua, ma adesso non riesco proprio ad immaginare come potrei.
Si comincia (disse lei (sospirando))
Tra un mese sarà il mio compleanno, il primo lontano da casa.
Mi piacerebbe sapere come sarà, adesso, in anteprima.
Ho paura che il mio cuore si frantumi in mille pezzi.
Mi sono tagliata con la carta, mi succede spesso ultimamente. Proprio sulla punta delle dita, dove la pelle viene in contatto con la sedia, il banco, il quaderno.
E ho i capelli elettrici. E’ imbarazzante ormai come i miei capelli inizino a lievitare non appena mi avvicino a qualsiasi distributore, macchina fotocopiatrice e persino proiettore dei lucidi. Un ragazzo mi ha visto mentre mi tiravo giù i capelli cercando di non farli più gonfiare ed è scoppiato a ridere. Io a sorridere.
Una casa e tutto ciò che comporta, tante piccole cose che non consideri prima, mentre quando si ricomincia sono le cose più ovvie.
Milano può essere anche così:
23/11/2007
Rileggo le pagine della moleskine appena finita, sono passate altre due settimane e sono due settimane che rimando un giudizio su questo primo mese lontano da casa.
Oggi piove, sono in pijama sul divano e attendo il pomeriggio per andare in cattolica per le esercitazioni di matematica. Il giovedì un po’ l’ultimo giorno della settimana, come il sabato quando andavo a scuola, quando pensi che l’indomani puoi svegliarti un po’ più tardi finalmente.
E’ buffo come in un certo senso tutto mi sia familiare, uscire dall’aula quando fa già buio, mettere le cuffiette e aspettare il bus. Solo che adesso si parla di tram e di metropolitana, ma non cambia più di tanto. Anzi, mi piace di più, c’è più da osservare e di cui stupirsi, è più facile anche scrivere senza le buche delle strade in certi tratti.
Amo che Milano è pianeggiante, che non ci sono salite né discese, se potessi guidare, so che non userei mai il freno a mano qui. Amo le mostre e le esposizioni di ogni tipo, il fatto di averle vicine e quindi di poterle realmente vedere.
Sul computer ho due termometri, faccio sempre paragoni con Catania e non so in fondo perché. Qui piove e ci sono 7°, a casa mia c’è il sole e fa 18°, che poi in realtà sono di più, a Catania anche se vuoi non ha mai fatto freddo e anche il freddo che conoscevo non regge al confronto con la sensazione che sento sulla pelle la mattina quando esco di casa, con qualche grado sotto lo zero. Durante le giornate in cattolica prendo il caffè dopo pranzo e poi due o tre cappuccini a seconda di quante lezioni ho da seguire nel pomeriggio. Per svegliarmi, è vero, ma anche per scaldarmi le mani che sembrano a tratti spezzarsi per il freddo. Mi siedo sulla panca vicino alla biblioteca. Faccio dondolare le gambe e osservo attorno con il naso coperto dal bicchiere, lentamente, mentre le mani tornano calde e sembra esserci meno freddo.
Ho conosciuto persone sì, la maggior parte del centro Italia e alcuni siciliani più grandi di me. Potenziali amici, conoscenti, persone da salutare a vista per un ciao, come stai. Mi va bene così, sono una chiacchierona se voglio ma preferisco star sola in certi momenti.
Si parla male di Milano certe volte, in queste settimane ho cercato di osservarla con una certa oggettività e paragonandola ogni volta a casa mia: adesso capisco che sbaglio a confrontare due realtà così diverse, perché si tratta davvero di due universi, due stelle lontane. Non è Milano con il mare, non l’Etna da vedere ogni volta che rientro dal portone di casa o le strade piene di gente per tutta la notte.
Casa mia sarà sempre una, è il mio vanto anche se certa gente non capisce. Mi sto riempiendo gli occhi di cose mai viste, come gli scaffali dell’ Esselunga dove ti ci puoi perdere mentre cerchi uno shampo, negozi e marche semisconosciute e una collezione Benetton raddoppiata. Qui ci tengono davvero molto a vestirsi, forse un po’ troppo. Osservo e a volte mi piacerebbe comprarmi anch’io quel cappottino che vedo addosso a tutte, ma poi desisto. Cercavo dei guanti però l’altro giorno e in vetrina ho visto un berretto di lana, con un fiore davanti, ed ho capito che faceva per me.
Mi manca casa ma sono troppo curiosa di vedere cosa mi sono persa finora, dalle mostre d’arte alla confezione di biscotti, per essere triste.
Tra un mese riprenderò l’aereo e sarà strano vedere il film che è andato avanti mentre non c’ero, notare dettagli che prima non c’erano, qualcosa di nuovo e qualcosa che, invece, non ritroverò più.
5/11
Mi fa sorridere questa data.
Ai miei piedi ci sono foglie un po’ gialle, un po’ ancora verdi. Ho passato la mattinata a girovagare per il monastero come un fantasma. Ho ritirato il mio libretto, ho chiesto dove potermi informare ricevendo risposte imprecise alle quali ho annuito, abbassando la testa, uscendo ogni volta dalla stanza con l’espressione da punto interrogativo stampata in faccia.
Non so come ho decifrato SA, G, C e altre lettere affiancate a numeri di stanze; senza sapere come sono arrivata all’ufficio assistenza, dopo esser finita sotto un’insegna che diceva “archeologia”.
La borsa pesa sulle spalle per il computer, non so ancora dove si trova l’aula internet, sempre che ci sia. Sono stata una decina di minuti ad osservare gli annunci sulle pareti, mi è venuto in mente che potrei fare qualche lavoretto part time, del tipo lettura ad una anziana cieca due volte la settimana zona Piola, che non so dove sia. Ho visto che gli affitti si aggirano ad una media di 800-900euro.
Fa freddo e mi sento completamente spaesata. Per il terrore di non riuscire a trovare la sede della lezione successiva mi sono dimenticata di pranzare. Ho iniziato oggi il corso di macroeconomia avanzata, ho conosciuto due ragazze, una molisana e l’altra umbra, entrambe “di fuori” come me.
Domani le rivedrò o forse no, forse è stato solo oggi e domani questa sensazione non ci sarà più. Forse.
E’ bello ricominciare.
so tomorrow there will be another number
for the one who had a name
a desert wind and a perverse desire to win
history buried in shame
are those beating drums
celebration guns
the thunder and the laughter
the last thing they remember
A me è sempre piaciuto sedermi vicino al finestrino. Così anche ieri, in un volo prenotato improvvisamente solo qualche giorno fa, temevo di dovermi accontentare del corridoio.
Invece l’aereo era semipieno e la mia fila interamente vuota. Ma non il mio posto, il 20F. Sempre F, come felicità.
E così è successo, proprio ieri. Ogni cosa sta succedendo così velocemente in questi ultimi giorni ed è stato impossibile finora fermarmi a pensare. Quasi come se mi trovassi su una trottola in movimento, così veloce che è impossibile osservarne i colori.
and then the next day
how will you know your enemy
by their colour or your fear
one by one you can cage them
in your freedom
make them all disappear
Ieri ha piovuto col sole, si è alternato il bel tempo alla pioggia, in un continuo cambiamento che si accompagnava al mio stato d’animo.
Euforia, malinconia, uno strano batticuore. E poi ancora euforia. Poi infine a sera è venuta la pioggia, quella amara che lava via le incertezze e che fa riemergere le lacrime cacciate in fondo, anche se non abbastanza. 
La mia fila era vuota e nessuno ha potuto vedermi, così che per un istante, finalmente, mi sono sentita libera. Col sorriso e con le lacrime, con quell’espressione tipica di chi piange perché già sente la mancanza di casa, ma poi sorride ripensando alle faccie di chi ama, ai bei momenti, ai nuovi propositi, alla vita che lo aspetta.
Così sorrido stanotte pensando all’inizio di questa nuova avventura.
goodnight, sleep light, stranger
Molte volte ho osservato
Il marmo che hanno scolpito per me
Un vascello con la vela ammainata
Alla fonda in un porto.
In verità ciò non rappresenta la mia destinazione
Ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l'amore e io fuggii
I suoi disinganni;
Il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
Mi chiamò l'ambizione, ma le opportunità mi hanno
Terrorizzato.
Eppure desidero di dare
Un significato alla mia vita.
E ora io so che bisogna alzare le vele
E prendere i venti del destino
Dovunque conducano il vascello.
Dare il significato alla propria vita
Può finire in follia,
Ma la vita senza significato è la tortura
senza requie e vago desiderio.
E' un vascello che anela al mare
E ne ha paura.
(Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River - George Gray)
Vorrei poter selezionare un pensiero, delemitarne i confini e poterlo spiegare nella sua completezza e con coerenza fino alla fine.
Perché se penso a quest’ultima settimana non so quale ricordo mettere al primo posto, a quale dare maggior importanza: vedo l’espressione di un bambino che cerca di spiegare cos’è il tempo, due vecchietti baciarsi alla fermata del bus; gli occhi di mia madre, petali di rose tra le mani.
Anche oggi è un bel giorno, il tempo è grigio, ma qualcosa in fondo luccica: una nuova vita, da poco più di otto ore. Qualcosa che puoi solo amare, amare e basta.
Vorrei poter essere coerente ma mi è impossibile adesso.
Il giorno della laurea. E’ stato uno dei più belli della mia vita finora, è vero. Ne sto smaltendo ancora gli effetti come i postumi di una sbornia: mi sento confusa, sta cambiando tutto troppo velocemente. Come se non mi appartenesse, quasi trascinata dagli eventi. A volte penso che la terra, girando, senza farci caso mi trascini nel suo moto su se stessa.
E poi penso: è l’ultima settimana qui e poi dovrò fare le valigie, partire con un biglietto solo andata tra le mani. Nonostante una parte di me crede che tutto questo sia ancora lontano il momento è già arrivato, e un po’ mi spaventa.
Vorrei poter essere sincera. Vorrei poter scrivere qui tutto quello che mi sento addosso ma devo lasciare che il tempo mi aiuti a capire ogni cosa di questi giorni, ritornare su questi momenti e farli miei ancora una volta. Così mi lascio distrarre da una nuova canzone e mi commuovo rileggendo una vecchia poesia in cui l’altra parte di me si rispecchia.
Non è paura, ma una strana tristezza mista ad amarezza. La sensazione è quella di lasciare qualcosa di iniziato e qualcos’altro di non ancora finito; è come andarsene dal cinema a film già iniziato e sapere che quando tornerai in sala buona parte della storia sarà già stata spiegata.
E al contempo è euforia. A stamattina risale l’ultimo ricordo: mi vedo correre tra la nebbia, con la musica alta a voler nascondere i pensieri. La paura della morte dopo la gioia della vita, è una strana sensazione da ricordare. Oggi la vita ha vinto e io stessa mi sento di ricominciare, rimettermi in gioco, viverla al massimo.
Dovrei prendere l’abitudine di scrivere ogni giorno il momento più significativo di tutta la giornata. Ad ogni modo so già che questi giorni resteranno per sempre nel mio cuore.
Ho stracciato una lettera, proprio poco fa. Potevo buttarla, potevo continuare a conservarla in un cassetto e invece ho proprio deciso di distruggerla. Oggi.
Tra le tante cose che potrei e avrei voluto scrivere dopo tanto tempo, questa è credo una delle notizie più importanti: il passato, a volte, è meglio lasciarselo alle spalle.
Non serve star male se non prettamente necessario. Le persone, come la sabbia, a volte sono davvero sopravvalutate. Così ho deciso di stracciare l’ultimo dei momenti negativi di cui ho memoria negli ultimi anni della mia vita con un finale da romanzo oscar “...e prese la lettera tra le mani, ne ricordava il contenuto, ma la rilesse un’ultima volta. Ogni parola, adesso, suonava come un’inutile, falsa, costruita “grandiosità”: costruita di nulla.”
L’altra cicatrice sta negli occhi di mio padre. Tutte le altre piccole ferite si sono rimarginate e alcune adesso sono quasi invisibili.
Altra notizia importante: tra 6 giorni mi laureo. Volevo non scrivere sino a quel giorno in realtà, ma la mia concentrazione al momento è pressoché nulla e quindi ho deciso di rompere il silenzio. Mi girano in testa tante domande, vado avanti e indietro nel tempo, con tanti "se" in tasca, quasi a voler ricostruire la storia. Mi chiedo se saprò rispettarmi, se saprò amarmi, se il continuo della mia storia sarà bello come lo immagino.
Inizia il capitolo n°3 ed entro la fine di ottobre ci sarà abbastanza materiale per i prossimi paragrafi: biglietto solo andata, cambiamenti, la vita lontano da casa.
Non mi pento di nulla, è importante credo. Qualcosa ho imparato, è inevitabile porsi delle domande, anche se si è felici e la risposta la si conosce da tempo. E questa ansia mista ad euforia, felicità smorzata da mille riflessioni, la voglia di non far male a nessuno, ma soprattutto di non soffrire più e per nessun motivo: temo di non riuscire a spiegarlo neanche a me stessa.
Così farò trascorrere il tempo pazientemente e farò quello che voglio davvero fare, con il sorriso infine, perché ottobre dovrà pur finire.
Tesi consegnata.
Ce l’ho fatta, non so come, ma ce l’ho fatta.
Non importa che adesso ho appena preso un caffè, che dovrò studiare forse tutta la notte e che, considerando che ieri notte avrò dormito sì e no tre ore per lavorare all’ultimo paragrafo della tesi, adesso muoio di sonno. Senza dimenticare la collaborazione delle persone che amo che mi hanno aiutato anche via mail, correggendo a destra e a sinistra, dandomi consigli, lavorando con me senza un attimo di riposo. Considerando il fatto che stamattina sarei dovuta andare in centro a parlare con il prof dell’ultima materia e che stamattina avrei dovuto consegnare pure la tesi. E finire poi di correggere tutto quanto solo alle quattro di pomeriggio, cambiarmi di corsa e andare a comprare il colore nero per la stampante. Tornare in fretta e stampare…fino a pagina 56/70, quando quella macchina infernale ha iniziato a rimangiarsi tutti i fogli, sporcandone altri per poi infine spegnersi. E quindi la rianimazione, files inviati tramite mail all’altro computer e le mails che non arrivavano.
Per poi ad un tratto ripartire, come se non fosse successo nulla.
Uscire di casa correndo con la borsa in mano, le chiavi e gli ultimi fogli nell’altra e il blocco dei postic in bocca cercando di trattenere una risata.
Non importa, importa che ce l’ho fatta, che nonostante le avversità credo di aver fatto un buon lavoro e che ci voglio provare a sfidare il destino. Perché di questo si parlava in macchina con mia madre, in coda per l’imbocco della tangenziale (che tra l’altro abbiamo trovato anche la strada bloccata per colpa della festa di un paesino vicino).
Lei ha una fissazione, ogni volta che prendiamo quell’uscita per l’autostrada mi chiede come si vede il mare, se è sereno o se è arrabbiato, se il cielo è limpido e fino a dove si riesce a vedere. Vorrebbe vederlo lei, ma preferisce tenere gli occhi sulla strada, ogni tanto sbircia ma mi chiede sempre di descrivere cosa vedo io.
Com’è oggi? Si vede bene?
E’ un po’ nuvoloso, ma il mare sembra sereno.
Mi piace tanto la vista da qui, si vede tutto da quassù…
Lo so mamma, me lo dici ogni volta.
Non è destino forse, tutto ti va contro non vedi?
forse devi laurearti a dicembre e basta…
Non m’importa nulla del destino, voglio riuscirci adesso.
E ce l’abbiamo fatta: esco dall’auto ancora in moto, mi precipito alla ricerca del numero 104 di corso italia e consegno la busta al portinaio.
Appena uscita ho abbracciato mia madre e ancora tremanti siamo entrate al see you per premiarci con qualcosa di dolce.
Rientrando in macchina ho preso i postic e ho cominciato a scrivere tutto quello che mi passava per la mente. Ho scritto “Grazie”* in uno e l’ho appeso sul tergicristallo, poi in un altro ho scritto:
“Nene-Destino malefico 1-0”
Quindi ho levato i sandali, ho messo i sigur ros e mi sono stesa sul sedile, mentre fuori tutta Catania si preparava a tornare a casa.
La cosa bella quando chiudi gli occhi è che puoi trovarti dove vuoi, puoi trasportarti col pensiero su una distesa verde, tra gli alberi attraversati dal sole. O puoi trovarti sulla spiaggia, seduta su uno scoglio sulla riva, con la brezza che ti bagna il volto.
Io mi trovavo sul muretto della mia casetta sull’Etna, tra gli alberi di melo e di noci, con un berretto sulla fronte a proteggermi dal sole e le nuvole rosa all’orizzonte che incontravano quelle più dorate del tramonto. Ed era perfetto, tutto quanto, disegnato proprio sulla linea dell’orizzonte.
Magari non ci riuscirò davvero a fare tutto quanto per questo ottobre, ma è un anno che mi metto in gioco, nello studio come nella vita, e dopo tanti sacrifici sarebbe davvero un peccato gettare la spugna. E poi perché ho imparato che è sbagliato arrendersi, come rimandare e rassegnarsi. Assaporare, assorbire, amare, queste sono parole che amo.
Ed è così bello alla fine ritrovarsi in macchina, di ritorno a casa, con la sensazione euforica di una piccola vittoria. Come i bambini che stringono i pugnetti e sono entusiasti delle più piccole cose che li rendono felici.
Ecco, sono felice solo perché una canzone mi fa stare bene.
Ma non è una canzone, è molto di più. E’ il tramonto che vedevo da lassù, è la sensazione di vittoria per qualcosa di indefinito, il pensiero di me che sto crescendo, delle scelte che ho fatto e che mi hanno portato ad essere quella che sono ed immaginare un tramonto che so che non arriverà mai perché nascosto dalle nuvole. Che bello il cielo, anche quando sta per piovere.
*dedicato a M&M
e siccome tutto sembra andarmi contro, ho deciso che sarò io ad andare (in)contro a tutto.

Perché se sai già che è molto difficile che si realizzi quella cosa, allora l’obiettivo diventa semplicemente realizzarla.
Forse mi sbaglio, ma se non altro è più stimolante.
Direi di far parte di quella tipologia di persone che si innamora di qualcosa senza essere neanche un pizzico razionale.
Sì, decisamente amo le cose difficili: è nelle piccole cose che mi smarrisco.
Così sembra impossibile che mi debba laureare tra poco più di un mese? Razionalmente è molto improbabile, tra tutto il lavoro da fare nella tesi da consegnare venerdì al portinaio, l’esame la prossima settimana, una relazione da inventare di sana pianta e uno studio che si rifiuta di farmi fare il tirocinio.
Tutto questo da consegnare entro il 2ottobre.
Ieri, prima di tornare a casa, sono passata in libreria per comprare “Le lacrime di Nietzsche”: finalmente l’ho trovato. Ufficialmente è un regalo per mio fratello, me ne hanno parlato talmente bene che ho subito pensato potesse piacergli. Per me stupirlo è sempre una sfida: rientra in quella tipologia di persone estremamente razionali che non si abbandona tanto facilmente a qualcosa. Un abbandono che per me è positivo, inteso come riempirsi di vita attraverso qualsiasi cosa, che sia un libro, un paesaggio o una canzone.
Dicono che questo romanzo faccia riflettere molto, su sé stessi, sulla vita e il significato di tante cose, più o meno importanti. La tentazione di iniziare a leggerlo purtroppo è tanta, ma devo resistere e rimandare.
Ottobre, però, sarà bellissimo.
If I lay here
If I just lay here
Would you lie with me and just forget the world?
Forget what we're told
Before we get too old
Show me a garden that's bursting into life
(chasing cars - snow patrol)
-
esisti sul serio o sei venuta fuori da uno di quei film anni 60 dove e' lecito sognare, sperare, dove c'e' sempre un lieto fine e dove ancora sognare e' la prassi?
Chiudo gli occhi. Oggi fa più freddo, guardo l’orologio a pendolo in cucina e non sono ancora le sette. Non riesco bene a concentrarmi, mi mancano ancora alcuni capitoli da leggere e vorrei tanto finire entro stasera.
Mi alzo e mi affaccio alla finestra, scatto una foto. Adesso sembra si stia riposando dopo l’eruzione di due notti fa, una delle più belle degli ultimi anni. Improvvisamente c’è stato un boato, poi una voce da fuori “guardala…” e tutti a testa in su, tutti usciamo fuori di casa a vederla scatenarsi in quegli spruzzi alti oltre 400m, mentre le nubi nere venivano trascinate via dal vento.
Era ipnotizzante. Ho abbandonato i libri per andare a vederla più da vicino, ho preso la macchina fotografica e sono uscita senza neanche portare un maglione. La gente era accostata ai lati delle strade, tutti alla ricerca del punto con miglior visuale. Così siamo arrivati in alto, dove non c’è più illuminazione per le strade, a guardare lo spettacolo in prima fila. Foto e filmati, fino a quando la nube è arrivata su di noi, ricoprendoci di cenere.
Quello che ricordo adesso sono le corse in macchina, luci per le strade. Nero, e poi il giallo dei fari. E più in alto ancora rosso, misto alla nube. E la voglia di cantare…
Poi rientrando a casa lei era ancora lì, a scatenarsi in quella danza di fuoco. E proprio come in questo momento mi sono fermata a guardarla, seduta sugli scalini, come ho sempre fatto. Sulla moleskine lì al buio l’ho disegnata, senza guardarla ma così come è sempre stata nella mia mente. Scrivendo poi accanto:
“
mi mancherà un giorno. Rientrare a casa, alzare lo sguardo ed accorgermi che lei c’è e che è ancora viva…tutte le volte uguali in apparenza, ma sempre diverse. Amo quando con tutta se stessa tenta di raggiungere il cielo. Mi ricorda me in certi momenti.
Forse è proprio questo.”
All that I am
All that I ever was
Is here in your perfect eyes, they're all I can see
I don't know where
Confused about how as well
Just know that these things will never change for us at all
Volver .

"Tornare a casa, al focolare, al ventre della madre, alle origini e al sangue ma anche tornare a ridere, a piangere, ad amare, alla vita."
Era più o meno questo periodo dell’anno quando iniziai a scrivere qui, su questo spazio, questa sorta di promemoria.
Il periodo migliore per iniziare a scrivere ora che ci penso. Ci si avvia verso la fine dell’estate, si intravedono già gli innumerevoli impegni, ci si scontra con la realtà fatta di cose da fare, scadenze da rispettare, rullini da sviluppare e, soprattutto, tanto tempo per ricordare.
Ricordare, ad esempio, una spiaggia che non finisce mai, l’acqua limpida color turchese, la sabbia bianca, un tramonto ormai perduto. E infine l’ombra dell’aereo che attraversa case, alberi e montagne, sempre più in alto, per poi perdersi piano nel mare.
E’ quel momento nell’anno in cui sai che devi tornare ai tuoi impegni, alla routine, che tanto detestiamo ma che tante volte diventa rassicurante.
Così ho rivisto i miei amici, ho ascoltato le loro storie, ho riso e ho raccontato loro delle mie vacanze, felice di rivederli e al contempo stranamente assente.
Non sono brava a spiegarmi a volte. Metto troppo entusiasmo nelle mie parole e ad un tratto mi rendo conto di aver impostato il discorso in maniera sbagliata, non so…iniziando a parlare della sensazione del vento tra i capelli il giorno della gita in barca, senza però magari menzionare la parola “barca”, senza inserire il discorso nello spazio e nel tempo.
Non è un diario questo, ma è un promemoria. Diario è una parola vincolante e io mal sopporto essere vincolata a qualcosa. Considero più questo posto una guida per non perdersi, per non perdermi, nei momenti in cui vorrei poter ricominciare.
E adesso mi ritrovo di nuovo sul mio letto, in questa stanza verde/azzurra, piena di immagini in mente, con la voglia di imprimerle qui per sempre per non dimenticarle, quando già so che dimenticarle sarà impossibile. Come certe fotografie riuscite particolarmente bene, scatti tra i più belli mai fatti nella tua vita, spesso grazie ad angolature che non ritroverai più con la stessa luce, con gli stessi particolari. Questa foto scattata in barca, ad esempio, non ho neanche guardato nell’obiettivo e mi chiedo ancora quale tonalità di azzurro abbia messo in rilievo quando ho catturato l’immagine, è in assoluto la più bella foto che abbia mai fatto (finora).
La tentazione di lasciarmi andare ad un fiume di parole adesso è tanta, ma ho l’ultimo esame da sostenere e la tesi da ultimare, so già che il tempo sarà inclemente ma mi sento riposata e carica per affrontare tutto quanto, determinata forse come non lo sono mai stata in tutta la mia vita.
Facendo il punto della situazione questa domenica sera, credo ci siano alcune cose da cambiare, altre cose, invece, non voglio che cambino mai. Così mi secca sentir dire da qualcuno “E’ troppo tardi”, perché non è mai veramente troppo tardi. I realisti sono solo pessimisti che cercano di mascherare le proprie insicurezze. Dimmi che sei un sognatore piuttosto, ed io ti capirò. Per tutto il resto, tutto quanto, non esiste altro che l’attesa dolceamara del tempo, ed accettare la vita così come viene, partire per poi tornare e tornare con la voglia di partire ancora. Senza mai smettere.
Who kicked a hole in the sky
So the heavens would cry over me?
Who stole the soul from the sun
In a world come undone at the seams?
Let there be love
Let there be love…
Stanca. Non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, nonostante siano appena le undici. Sarà l’effetto di questa pillola del giovedì sera, sarà il caldo eccessivo di questi giorni. Catania ha toccato di nuovo i 45° gradi qualche giorno fa e sembra ancora di trovarsi nel bel mezzo di un incendio che non sai quando verrà soffocato. Non so bene, ma penso ci si dovrebbe sentire così.
Oggi è finita. Oggi sì, è iniziata l’estate.
Oggi sono riuscita ad ottenere una firma che inseguo da oltre un mese. Prendo il bus stamattina alle 7.00 per ritrovarmi al palazzo delle scienze già alle 7.20. E poi sugli scalini per quasi due ore in attesa di vederla spuntare, per chiederle quell’ultima firma prima che finiscano le lauree e poi non rivederla più per tutta l’estate.
E alla fine un “grazie” amaro, inginocchiata a raccogliere i fogli caduti a terra, cercando la penna goffamente tra le chiavi di casa e il libro di tributario. Un grazie detto senza neanche guardarla negli occhi, mentre lei va via e io mi ritrovo sola.
Umiliata, è così che mi sono sentita. Decine e decine di telefonate andate a vuoto, ore di coda in macchina, arrivare in ufficio in pieno centro per vedere poi l’appuntamento slittato a domani e domani e domani ancora. Dire GRAZIE e sentirmi completamente vuota, arrabbiata e umiliata.
E poi lì da sola, rimango ferma a guardare quella piccola firma per alcuni minuti. Sento un applauso, e poi la presidente di corso fare un saluto, scusandosi per il (grande) ritardo. Striscio sugli scalini e ricontrollo quelle due firme che mi hanno ossessionato per settimane, ricontrollo che ci siano tutte nelle varie copie. Ci sono, faccio un sospiro, chiudo gli occhi e mi accorgo che già sto tremando. Piango di rabbia, di stanchezza, piango perché le ho detto grazie e perché so che dovevo dirle grazie, e dovrò dirle grazie ancora.
E so che sono forse i primi bocconi amari, che in molte situazioni dovrò lottare per avere quello che mi spetta, ma resta il fatto che mi sento umiliata e, stasera, mi fa male.
Mentre scendevo in centro, alla radio davano la stessa canzone che poi avrei ritrovato di ritorno a casa. L’ho presa come un segno, che ci vuoi fare, sono fatta così.
E l’ascolto anche in questo momento, prima di addormentarmi. Adesso che, nonostante tutto, mi vien da sorridere…
[Shake up your tired eyes
The world is waiting for you
May all your dreaming fill the empty sky]
"Arrivi ad un punto in cui hai solo bisogno di fare una lunga dormita per un sacco di tempo e svegliarti e riprendere in mano la tua vita prima di riuscire a pensare alla prossima cosa da scrivere."
Palahniuk, La scimmia pensa, la scimmia fa
avrei dovuto scriverlo qualche tempo (mese) fa immagino. Ma eccomi qui, nonostante tutto e nonostante tutti.
Ho dovuto dormire in questi mesi, mettere alcune cose a posto.
Domani mi sveglierò, e sarà davvero come ricominciare.
Remember
this day. (7/10/06)
E ricorda tutto il resto. Rileggo la moleskine quasi finita, in particolare mi soffermo sulle pagine di ottobre di qualche mese fa. Sorrido vedendo come le nostre calligrafie si alternano da una pagina all'altra. Ci ritrovo sensazioni, alcune frasi di una bella canzone e poi una domanda a cui non ho mai risposto nelle pagine successive e a cui mi piacerebbe poterti rispondere adesso, perchè ricordo esattamente quel giorno.
"Cosa pensi?" - mi chiedi ad un tratto.
"Penso a questa foto".
Penso a te preso a controllare la cartina, mentre io scattavo foto a qualsiasi cosa attorno a me. Foto ai riflessi dell'acqua, foto per ogni nome buffo delle calles, delle vie. Penso all'osteria che non abbiamo più ritrovato e a come ti spaventavi quando lasciavo la tua mano, per paura di perdermi in tutta quella confusione. Ricordo noi seduti sul ponte di Rialto la sera, la prima sera. E al fatto che Venezia la notte ha qualcosa di particolare che non riesci a notare durante le ore di sole e con tutta la confusione di voci e di colori. E che ero felice, come mai prima di allora.
Ma adesso sono passati mesi e so che la risposta non sarebbe stata esatta. Perchè in questi mesi ho imparato che non esistono limiti alla felicità, e che la realtà spesso va ben oltre le aspettative. E di tutto questo io oggi ti ringrazio.
I work all night
For one more day that I can say I'm all alone, alone
I just need time
And I will say what I believe and I'll come home, home
And all I know
I never thought I would wake up in bed bed
Watching the world coming down on my head head
I'd sleep like a dog if you would never had said said
This is the world coming down on your head [la mia vita?]
A testa in giù,
perché è così che mi sento.
I rumori là fuori sembrano qui dentro la stanza. Non c’è tregua, non c’è un attimo di quiete, la vita chiama e non posso tirarmi indietro adesso.
Lui è Jack, da ieri mattina mi fa compagnia appeso sul vetro della mia finestra. Silenzioso, non fa domande, ascolta e basta. Come l’amico ideale, dicono. Non un movimento, né la zampetta si è spostata di un solo punto.
La testa è bloccata, io mi sento bloccata nella mia testa. Sono circa due mesi che non mi prendo una pausa, leggo sottolineo sintetizzo…ripeto. Circa due mesi di monotonia, fuori esplode l’estate e io la guardo da dietro un vetro. Mentre lo guardo anch’io a testa in giù mi chiedo se magari sto sbagliando, se non dovrei fare invece come fa lui.
A testa in giù, senza fare domande, a testa in giù per non riuscire a guardare in faccia la realtà.
In certi momenti è forse è meglio non pensare troppo, ma quanto basta. Tutto il resto ora sembra superfluo: il sole fuori, il mare al dì là dei tetti, una semplice passeggiata. Adesso bisogna solo stringere i denti e non mollare, già… che ogni cosa ha un inizio e una sua fine, presto o tardi.
Strano, ma oggi la parola “fine” è una consolazione.
As life flies by
I'm not sure how I'm gonna do this all again, again
So write my line
I write this down and I'm just trying to find the end, the end
And all I know…
[end.]
“
When I was in jail I remembered this song and I started to sing it loud inside of my head cuz each part of it I felt identify with.
I worked all night the last night.
I was all alone.
I missed home.
I was watching the time flies by felling with doubts about my integrità
I was sleeping like a dog.
The mexican legal system sucks...the world was coming down on my head!
And I was wondering all the time ¨when it all end?¨
“
Meno tre…inizia il conto alla rovescia.
E poi tutto cambierà nuovamente, tutto ricomincerà o semplicemente continuerà il suo corso.
Meno tre materie, raggiungerò il traguardo. Non l’ultimo, ma sicuramente molto importante. E’ l’inizio in realtà, l’inizio di una lunghissima strada che solo da qualche tempo ho iniziato a percorrere consapevolmente.
C’era il tempo in cui non ero io a camminare, ma erano mamma e papà a tenermi per mano. C’era la timidezza di una bambina con un nome che inizia con la “I”, con dei riccioli d’oro e un viso rotondo.
C’è stato un tempo,più tardi, per capire che la strada può portare a delle curve, cambi di rotta. Incidenti di percorso, lunghe attese, cambiamenti. Crescere.
E presto o tardi la strada si fa più chiara, punti non illuminati, ma inizi a vederlo, chiaro, il punto di fuga.
Ci sono cose della mia infanzia che non dimenticherò mai, tra queste il libro delle vacanze di terza elementare che spiegava il punto di fuga.
Un altro ricordo è senz’altro il sapore della crema e delle fragole in bocca, l’unica volta che mia madre ha preparato del gelato.
E’ stata poi la volta del mio primo viaggio in autobus, della mia prima grande delusione, della prima vera ferita. La sensazione di lasciarmi vivere, rassegnata forse davanti alla vita, inaspettatamente dolorosa…e ingiusta. Forse però era solo paura.
Non ho fatto che fuggire, non ho fatto che credere in qualcosa e poi dimenticare. Tutto. Come chi vuole dimenticare le proprie origini, il proprio passato, desiderando solo una seconda occasione per ricominciare. Profondamente convinta del fatto che il cuore può spaccarsi per poi ricostruirsi, che tutte le ferite spariscono. Che le cicatrici diventano bianche a volte, che a volte non si vedono nemmeno.
Percorrendo strade che non avrei voluto, perdendo tempo inutilmente, evitando ostacoli che neanche riuscivo a vedere, tanto era il desiderio di andare avanti. Avanti e ancora avanti…
Cambiano le prospettive, un giorno, e ti accorgi che forse non sei scappato mai, che la strada è una e tu puoi guardarla da diversi angolature, stati d’animo, ma non ti ha mai abbandonato il desiderio di percorrerle tutte.
E’ la paura di perderlo quando l’hai ormai afferrato, è la voglia di non fermarti mai. E’ la continua speranza di essere felici che - solo adesso capisco - rende felici.
“Il punto di fuga è quello da cui partono infinite linee: basta seguirle, per scoprire altrettante realtà, dimensioni, mondi. Non è solo un modo per fuggire, ma anche per capire quanto siano risibili le cose che ci sembrano assolute, se appena le guardiamo da lontano.
E tornare, serve a riguardarle da vicino con occhi diversi.”
E' proprio vero, il cielo ha un effetto ritardante.
Qui c'è tutto, non c'è bisogno di aggiungere altro...
E siccome non è di moda sentirsi felici per restare vivi, dirò allora che sono tranquilla.
Anche se è tardi ti scrivo, te l’avevo promesso.
Guardo fuori, al di là del vetro. Vedo il cielo e la luna offuscata dalle nuvole che la tengono prigioniera. Davanti a me un cane che dorme, alcuni fiori; tetti di case, una gru in un cantiere da così tanto tempo da sembrare ormai parte del paesaggio. Di luci e di stelle, mai spente.
Quelle case, tutte quelle piccole luci, sono state costruite negli ultimi dieci anni, prima non era così. Prima potevi vederlo il mare, scorgevi la costa, lontana, sino all’altro capo dell’isola. Adesso la sera posso solo rincorrere il tramonto, da un tetto a un altro; adesso il mare è sempre davanti a me, lontano, ma non posso più scorgere la costa lontana, riesco solo a vedere luci, luci e stelle.
Di notte, ogni notte, quest’oscurità mi consola.
Non siamo mai lontani e non siamo mai soli.